SUBURRA – LA SERIE

Lo so, è la settimana di “It” e l’intero popolo cinematografaro è in fibrillazione (io dovrei andare sabato); ma ritornare da queste parti con una bomba del genere, soprattutto dopo che la polvere si accumula sulle bozze peggio di quela sulle mensole di casa, pareva brutto.
Un passetto per gradi grazie a Santo Netflix, fonte di grande gioia e dolore, quindi lo facciamo dai.
“Suburra” è la prima produzione italiana realizzata da Netflix, prequel dell’omonimo film di Sollima.
Film che,va detto, non ho amato particolarmente.
Nonostante un bravissimo Claudio Amendola e l’innegabile qualità tecnica, la pellicola di Sollima ahimè sapeva irrimediabilmente di “già visto”; sarà che la realtà ormai è capace di superare la fantasia più perversa ma a me, il connubio “puttane-maneggioni-politici-mafiosi”, oltretutto in versione ultra patinata, dopo una mezz’oretta scarsa aveva già stufato.
Ma veniamo alla serie.
Fin dai tempi de “La Piovra” e del commissario Cattani (i giovanotti che ogni tanto passano da queste  parti probabilmente non sanno neppure di cosa stò parlando..) la meglio serialità italiana, scavava nel sottobosco criminale, con risultati spesso ottimi.
Il più grande problema di “Suburra:Blood on Rome”(questo il titolo completo della serie”) è l’essere arrivata per ultima, e soprattutto dopo quel capolavoro di “Gomorra” a cui l’accomuna pure  una certa assonanza nel titolo.
Stiamo comunque parlando di una buona serie, ma la lotta per i terreni di Ostia sullo sfondo del vuoto di potere che si crea nei venti giorni che intercorrono tra le dimissioni del sindaco di Roma e la loro effettiva efficacia non riesce, ahimè, a lasciare veramente il segno. I problemi sono, temo, gli stessi del film ovvero un senso di deja vù che a lungo andare annoia.
Dieci episodi, un pochino troppi, privi di quel fascino da “Romanzo Criminale” dei suoi illustri predecessori.
Colpa di un cast che ho trovato fastidiosissimo, ma dopo aver letto alcune recensioni in giro temo di essere stata la sola, con Filippo Nigro e Claudia Gerini capaci di raggiungere vette di irritazione altissime.Salvo soltanto la bravissima Barbara Chichiarelli, debuttante, nei panni di Livia Adami, sorella di Aureliano, quello che diventerà Numero 8, capace di essere tenera e spietatissima allo stesso tempo.
Nulla di trascendentale quindi, ed un finale che lascia molte porte aperte.
Su Netflix c’è decisamente molto meglio.

Comments

  1. Stories.

    Finita da poco. Anche secondo me troppo lunga di qualche episodio e decisamente sofferente per quella costante sensazione di 'già visto'. La salvo, più o meno, solo per i due protagonisti, Borghi e Ferrara, che ho molto apprezzato 🙂

  2. Patalice

    un mio collega mi ha fatto una capa tanta su questo serial italiano, descrivendomelo come un piccolo capolavoro, con un'ambientazione a dire poco meravigliosa: la città eterna non può che fare quell'effetto…

  3. Beatrix Kiddo

    Non direi capolavoro, se vuoi vedere qualcosa di veramente stupendo ambientato a Roma meglio decisamente “Romanzo Criminale”, ma si fa guardare dai…

  4. Bara Volante

    Penso che sia una delle robe più oscene che abbia mai avuto la sfortuna di vedere, davvero tremendo, la recitazione è imbarazzante giusto per dire un difetto. Cheers!

  5. Beatrix Kiddo

    Osceno no dai, diciamo che in giro, come ho detto, c'è molto meglio. La recitazione è talmente sopra le righe in alcuni casi da risultare irritante…

  6. Lisa Costa

    Uhm.. a pelle mi ispirava poco nonostante mi fosse piaciuto il film. Ha quell'aria romanaccia seriosa e lenta, e non fai che confermare certe aspettative. Aspetterà un altro bel po'.

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